Storia del giovane Re Francesco II di Napoli - 1861

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Autore: De Velazquez R.M., pagine 332.
ESAURITO

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Ogni nuovo documento o testimonianza in grado di arricchire anche di un piccolo tassello la conoscenza della verità storica non può che essere accolto con entusiasmo. Vale per ogni vicenda, ma vale ancora di più per l'approfondimento della controversa annessione del Mezzogiorno d'Italia al resto della penisola negli anni dal 1860 al 1861. E il lavoro di Romualdo M. de Velazquez svolge bene proprio questo compito: anche se non racconta fatti sconosciuti, contribuisce all'approfondimento di quel periodo della storia, attraverso un'ampia riproduzione di giornali d'epoca, documenti, dati. Una testimonianza - come si dice - sul campo, pubblicata per la prima volta a Barcellona nel 1861. Quasi in presa diretta con le vicende narrate. L'autore è uno spagnolo, ma di lui si sa poco. Non ne esistono tracce di rilievo nelle biblioteche e l'unica sua opera conosciuta è proprio quella che viene qui tradotta in una pregevole edizione dall'editore lucano Osanna. Un lavoro interessante se, non molto tempo fa, venne stampato in anastatica in Inghilterra. Ora, come fu in passato per i due scritti dell'irlandese Patrick Keyes O' Clery, anche il libro di Velazquez può essere letto in italiano. Molte curiosità, certo, lascia l'identità dell'autore. Viene quasi il dubbio che quel nome sia uno pseudonimo, dietro cui possa celarsi qualche esponente di rilievo della corte o della diplomazia spagnola che seguì da vicino le sorti drammatiche del regno di Francesco II e dell'epilogo delle Due Sicilie. Di certo, dietro de Velazquez c'è conoscenza di documenti e vicende, ma sarebbe assai strano se a scrivere questo libro si fosse cimentato l'ambasciatore a Napoli Salvador Bermudez de Castro, principe di Santa Lucia e marchese di Lema. In uno dei passaggi in cui si loda il suo coraggio e la sua dignità nel rimanere accanto fino all'ultimo, come ambasciatore accreditato alla corte delle Due Sicilie, a Francesco II e alla moglie Maria Sofia sotto le bombe di Gaeta, si parla di "nobile condotta dell'ambasciatore spagnolo". Perlomeno di cattivo gusto sarebbe stata quest'autocelebrazione, seppure dietro il paravento di uno pseudonimo. Proprio come Bermudez de Castro, anche de Velazquez non nasconde le sue simpatie per gli ultimi sovrani delle Due Sicilie e la sua contestuale antipatia per il Piemonte e i suoi uomini. Nel fornire le motivazioni al suo lavoro, scrive di aver voluto dare "voce alla verità, a difesa della giustizia nei confronti dell'arbitrarietà e della prepotenza". Un atteggiamento diffuso in Spagna, che è però anche dimostrazione dei limiti delle nazioni che non vedevano di buon occhio l'operato del regno del Piemonte rispetto allo strapotere condizionante di Inghilterra e Francia, i due colossi dell'epoca favorevoli all'unificazione italiana. Spagna, Russia, Austria, in parte Prussia e altri stati germanici, simpatizzavano per quel giovane re che si trovò a gestire vicende troppo grandi per i suoi 24 anni. Ma oltre la simpatia non potevano andare: nessuno tra quegli Stati aveva la forza in quel momento di affrontare un conflitto che avrebbe scatenato la reazione anche di Inghilterra e Francia. Il principio del "non intervento" fu alibi per tutti e condannò le Due Sicilie, che proprio nell'isolamento internazionale teorizzato da Ferdinando II che si credeva protetto a nord dall'acqua santa e al sud dall'acqua di mare, firmò nel tempo la fine di quel regno. Nelle 332 pagine del denso testo di Romualdo de Velazquez, arricchite di preziose immagini, le parti più interessanti appaiono le cifre, o le riproduzioni di giornali. Come le citazioni delle innumerevoli definizioni di segno opposto affibbiate a Garibaldi su periodici diversi: intruso, avventuriero, pirata, anticristo, bandito, generale, salvatore dell'Italia, genio dell'Italia, redentore dell'Italia. E poi le cifre: le 317 commutazioni di pena tra il 1850 e il 1856, l'impiego fatto dalle dittature garibaldine degli 85 milioni di franchi lasciati a Napoli da Francesco II. Ma i numeri che più colpiscono sono quelli riportati nelle pagine conclusive, in un'opera che comincia dalla morte di Ferdinando II nel maggio 1859 e finisce con i primi mesi del brigantaggio post-unitario nel 1861: i dati, ripresi da giornali dell'epoca, delle vittime di fucilazioni e repressioni compiute dall'esercito piemontese diventato ormai italiano. Con i 10604 uccisi, ci sono i 1841 briganti fucilati senza processo subito dopo la cattura, o i 7127 fucilati senza processo dopo un periodo di carcere. Nel mucchio, anche 54 sacerdoti, 48 donne e 60 bambini. Certo, qualcuno storcerà il naso di fronte a questa nuova fonte di parte borbonica. Si parlerà a vanvera di neoborbonismo, o di antiunitarismo. Credo invece che, di fronte ad una testimonianza, specie se dichiaratamente di parte e quindi non spacciata per oggettiva ricostruzione storica, non si possa che arricchirsi di nuove conoscenze. E questo dovrebbe essere il vero obiettivo dei cultori di storia: più dati e documenti di parti opposte si acquisiscono, più si possono allargare le proprie idee. E in questo penso che il testo di de Velazquez, che per la prima volta viene pubblicato in Italia, faccia molto bene la sua parte. Gigi Di Fiore

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